STAGIONE 1947/48

 

Dino Zucchi, Ferriani, Dario Zucchi, Bertoncelli, Setti, Ranuzzi, Carlo Negroni

Marinelli, Rinaldi, Bersani

 

Virtus Bologna

Serie A: 1a classificata girone B su 8 squadre (11-14); 1a classificata girone finale su 4 squadre (4 vittorie, 1 pareggio, 1 sconfitta su 6 gare); CAMPIONE D'ITALIA

 

FORMAZIONE
Venzo Vannini (cap.)
Gianfranco Bersani
Dario Bertoncelli
Luigi Camosci
Sergio Ferriani
Giancarlo Marinelli
Carlo Negroni
Cesare Negroni
Renzo Ranuzzi
Luigi Rapini
Paride Setti
Solo amichevoli: Rinaldo Rinaldi, Dario Zucchi, Dino Zucchi
 
Allenatore: Renzo Poluzzi

 

 Partite della stagione 

Statistiche individuali della stagione

 

Tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Nel 1948 il campionato è ancora molto complicato, con qualificazioni, eliminatorie, semifinali e finali. Maggior merito dunque alla Virtus (da questa stagione guidata anche dalla panchina da Giancarlo Marinelli e rappresentata in campo da Bersani, Cherubini, Ferriani, Girotti, Carlo e Cesare Negroni, Ranuzzi, Rapini e il capitano Vannini) che vince il suo scudetto nell'anno in cui deve fare a meno di Galeazzo Dondi Dell'Orologio, suo alfiere per anni e allenatore dello scudetto dell'anno precedente. In semifinale le Vu nere vincono il girone con 3 punti di vantaggio sulla Ginnastica Roma con 11 vittorie e 3 sconfitte, 485 punti segnati (34,6 di media) e 344 subiti (24,5 di media). A questo punto il girone finale vero e proprio che riunisce, oltre alla Virtus e Ginnastica Roma, anche l'Olimpia Milano e la Reyer Venezia, rispettivamente seconda e prima dell'altro girone di semifinale. La Virtus centra il suo terzo triangolo tricolore precedendo ancora la Ginnastica Roma di un solo punto e terminando, con una sconfitta e pareggio, 192 punti segnati (32 di media) e 153 subiti (25,5 di media).

 

UN QUINTETTO TUTTO BOLOGNESE

tratto da "Il Mito della V Nera" 1871-1971 di A. Baraldi e R. Lemmi Gigli

 

Cresce la febbre cestistica a Bologna, attorno agli scudetti che la Virtus vince a ripetizione. Si auspica il ritorno al girone unico, ma per quest'anno bisogna ancora tirare avanti con una lunga fase eliminatoria e finali a quattro. Alla resa dei conti, pur variando le formule, il prodotto però non cambia e anche questo campionato finisce in gloria bolognese. Nel proprio girone eliminatorio (a otto squadre), la Virtus, pur concedendosi qualche battuta d'arresto, vince da lontano con tre lunghezze. Rispetto alla stagione precedente l'ossatura non è cambiata: solo nel settore rincalzi Camosci, Setti e Bertoncelli hanno preso il posto di Cherubini e Girotti. E intanto il gioco del quintetto (un quintetto - giova ricordarlo - tutto autenticamente bolognese) acquista sempre più carattere di rullo compressore sotto la spinta poderosa che il tandem Vannini-Bersani imprime alle partenze offensive poggiando sull'arte consumata di Marinelli, la potenza fisica di Rapini, lo scatto bruciante di Ranuzzi, mentre prende sempre più quota il gioco spumeggiante di Carlo Negroni e si valorizza quello finissimo di Ferriani. Contro questi magnifici sette (altro cambio valido quello di Cesare Negroni), la concorrenza deve nuovamente abbassare la bandiera.

Nel girone finale la Virtus ritrova Ginnastica Roma e Reyer, mentre l'Olimpia Milano, la squadra di Rubini che diverrà la più strenua rivale delle V nere, ha preso il posto della Ginnastica Triestina. Proprio contro l'Olimpia, Vannini e C. esordiscono vittoriosamente in trasferta (37-2), quindi è la volta della Reyer dominata a Bologna (32-19) come poi a Venezia (34.29). E a questo punto si profila il pericolo della Roma che al Muro Torto la spunta di stretta misura per 29-27. A complicare le cose viene il sorprendente pareggio (23-23) dell'Olimpia in Sala Borsa, cosicché il campionato si decide all'ultima giornata a Bologna dove la Roma giunge con un punto di vantaggio. La partitissima contro Tracuzzi, Cerioni e compagni, impostati modernamente sugli schemi americani di Ferrero, tiene la gente col fiato in sospeso. Ma alla fine la velocità, l'ardore e la grande abilità esecutiva dei virtussini (Ranuzzi e Rapini praticamente incontenibili) hanno nettamente la meglio sulla freddezza tattica degli avversari. Il verdetto finale è di 39-26.

La Virtus è per la terza volta campione d'Italia e manda cinque dei suoi alfieri (Bersani, Ferriani, Marinelli, Ranuzzi e Rapini) a difendere i colori azzurri alle Olimpiadi di Londra. Rimane a casa Carlo Negroni che, al suo esordio in Nazionale, il 9 gennaio a Parigi (assieme a Bersani, capitano della squadra, ed a Rapini, lui pure al debutto), aveva avuto parte rilevante nella grande rivincita sulla Francia. Di "Carlito" infatti il punto decisivo (36-35) segnato su tiro libero, con mirabile freddezza, allo scadere del tempo supplementare.

VIRTUS - TORINO 40-23

tratto da Il Resto del Carlino - 01/12/1947

 

Nettissima supremazia della squadra Campione su una compagine volenterosa come quella torinese, ma non all'altezza dei rivali. Qualche incertezza la partita l'ha presentata soltanto nei primissimi minuti, durante i quali i torinesi seppero tener testa agli avversari; poi i diritti della superiore classe si imponevano.

All'inizio della ripresa Pimazzoni veniva allontanato per quattro falli cosicché gli ospiti dovevano battersi con il cuore in gola e malgrado ciò tenevano baldanzosamente testa agli avversari.

Ottimi tra i vincitori Rapini, Marinelli, Ferriani, Bersani, Ranuzzi; dei torinesi sono piaciuti soprattutto A. Pellegrini, Quiriconi e Pimazzoni. Ottimo l'arbitraggio.

 

DA SANTA LUCIA ALLA SALA BORSA

Il dopoguerra, la rinascita e gli scudetti della Virtus

Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

(...) 

Se il secondo scudetto era arrivato dopo due defezioni che avevano lasciato l’amaro in bocca al pubblico di via Ugo Bassi, il terzo, quello del ’47-48, si consuma proprio nel bailamme della Sala Borsa. È lì che arriva, all’ultima giornata del girone finale a quattro (Virtus, Reyer, Ginnastica Roma e Olimpia Milano) la Ginnastica Roma che incanta e meraviglia con un gioco a schemi all’avanguardia all’epoca. Ma dal campo delle meraviglie esce battuta, e nettamente: 39-26. Dalle cronache del 3 maggio ’48: “La Virtus nella partita più attesa ed interessante di tutto il campionato si è meritatamente laureata campione assoluto per la terza volta consecutive. Nell’incontro disputato ieri nella Sala Borsa infatti i campioni hanno piegato la tecnica squadra della Roma per 39-26 dopo una contesa che ha entusiasmato. […] I romani che in classifica erano avvantaggiati di un punto sulla Virtus, nulla hanno potuto contro la prestigiosa giornata dei bolognesi che hanno sfoderato una prestazione superlativa dalla quale è emerso insuperabilmente l’ottimo Ranuzzi”:

Vannini, storico capitano, chiude qui la carriera, mentre Giancarlo Marinelli che ha rilevato un sempre più affaccendato Dondi in panchina, fa festa doppia, da giocatore e da allenatore. E poi, insieme a Bersani, Ranuzzi, Ferriani e Rapini, ancora una volta miglior realizzatore della squadra, parte per le Olimpiadi di Londra con la Nazionale.

Dopo tre scudetti consecutivi, la Virtus ha ancora fame di vittorie. Nel campionato ’48-49 torna la formula del girone unico, ma la novità vera è un’altra. Bologna ha un altro motivo per considerarsi la nuova capitale della pallacanestro: nel massimo campionato, adesso, di squadre ne ha due. C’è arrivato anche il Gira, nato appena tre anni prima. E in Sala Borsa si comincia a respirare aria di derby.

 

TRE VOLTE, LA VIRTUS, CAMPIONE D'ITALIA

da un quotidiano del 1948

 

Era il primo campionato del dopoguerra, era soprattutto la festa dell'unione dei due "famosi" tronconi. Nella ridente Viareggio le rappresentanti dell'Alta Italia e quella del Centro-Sud davano il colpo definitivo a quella linea gotica sportiva che ancora l'ambizione di pochi uomini si ostinava a mantenere.

 

Un po' di storia

La finale del Campionato 1945 vedeva in lizza tre squadre: Reyer, Virtus Bologna, Libertas Roma (il P.T.T. si era ritirato).

Alla Reyer, che anche durante la fase bellica aveva disputato un ottimo campionato, andavano tutti i favori dei tecnici. Solo a Bologna, non per campanilismo, ma perché consci del valore degli uomini, si sosteneva la candidatura Virtus. Da dieci anni Vannini e compagni cullavano inutilmente questo sogno: loro erano e dovevano essere gli eterni secondi.

Fu una sorpresa quella ribellione e quando gli atleti felsinei, battendola con tono di superiorità, obbligarono la Reyer a scucire dalle proprie maglie lo scudetto, i famosi tecnici inghiottirono più amaro degli stessi sportivissimi veneziani. Il sogno virtussino era durato dieci anni come nell'antichità dieci anni duravano le grandi epopee belliche. Mentre quest'ultime trovarono sempre il cantore esaltante l'esercito vincente, la vittoria della Virtus trovò invece giudizi scettici da parte di quei tecnici che tentarono, senz'altro in buona fede, di annebbiarne la bellezza dichiarandola favorita, senza però spiegarne il perché dal sistema di disputa della finale (concentramento e girone all'italiana). Rimase però il ricordo del trionfo decretato dal pubblico viareggino che parteggiante all'inizio per la Reyer, poi circondò, strinse, sollevò sulle spalle i nuovi campioni. Rimase l'entusiasmo che attorno ad essi si sprigionò in tutta l'Emilia, nella loro forte regione.

All'inizio del campionato 1946 i tecnici lasciarono intravvedere una probabile caduta della Virtus. Era sì una forte squadra, ma il nuovo sistema di campionato non permetteva di darle il pronostico. Fu ancora la Reyer a raccogliere i migliori suffragi: poi, tenendo conto del Trofeo Marinone, si parlò di rivelazione nei confronti della Ginnastica Roma, la squadra orologio dal graziato stil nuovo; si mise in evidenza lo scintillio del gioco della San Giusto ed infine si additò pure la "creatura" di Bogoncelli che aveva costituito in Lombardia un'oasi triestina col compito di tener alti i colori meneghini al posto delle decadenti Borletti e Pirelli. La Virtus non si elevava su queste. Era purtroppo rea di essersi ribellata alla consuetudine, al pronostico dei competenti.

Ma chi si ribella una volta vi insiste e così anche nel 1946 la Virtus Bologna vinse. Minor sbigottimento ma ancora un po' di acido critico. Questa volta si portò in campo, quali diminuenti le rinunce fatte in finale, nelle due ultime partite dalla Reyer e dalla Ginnastica Roma che dovevano scendere o salire a Bologna. Non si volle tener calcolo che Vannini e compagni avevano vinto nettamente a Venezia, avevano vinto a Roma, e pareggiato a Trieste e che solo in una giornata grigia erano caduti in casa propria davanti ai "muletti". Si parlò poco di questa vittoria,troppo poco.

Ed ancora pareri e dubbi nel novembre scorso, quando i numerosi gironi vennero ridotti a due lasciando così in campo il fior fiore del cestismo nazionale. Al nord i favori andavano alla Reyer, all'Olympia, alla Ginnastica Roma ed "anche" alla Virtus. Nel Centro-Sud si vedeva il campionato attraverso occhiali con lenti romane. Qualcuno scrisse: "tramontano i Marinelli ed i Vannini, sorgono i Cerioni ed i Tracuzzi. Trent'anni contro vent'anni: è fatale".

La risposta à venuta secca: terzo titolo in casa virtussina.

 

Affermazione cristallina

L'affermazione della squadra bolognese è cristallina. Essa è frutto di una superiorità inconfutabile. superiorità individuale e collettiva, fisica e tecnica. Ne sono chiara dimostrazione: la vittoria di Milano (37 a 27), la vittoria di Venezia (34 a 29), la vittoria di Bologna (39 a 26). In queste tre partite la Virtus ha battuto da lontano, per superiorità tecnica, le sue avversarie Olimpia, Reyer, Ginnastica Roma. Guardate i punteggi, non striminziti scarti di due punti, non rubati pareggi, ma copiosità. Ha segnato nelle finale 192 punti in sei partite con una media quindi di 32 punti per partita: me ha subiti 150 cioè in media 25. Le altre squadre hanno incassato più canestri di quelli segnati. Ecco il termometro del rendimento.

Anche se sfortunatamente avesse perduto nella partita di Bologna, la Virtus continuerebbe ad essere la più forte squadra italiana, la più bella, la più completa. Perché ha un suo gioco, un gioco in continuo miglioramento. La Virtus dopo il Trofeo di Nizza, dopo l'incontro internazionale di Bologna (Italia-Francia) ha assorbito nel bagaglio tecnico individuale le raffinatezze del nuovo gioco amalgamandole nella collettività. Abbiamo sempre pensato che quel gioco statico che altra squadra si sforza di impostare, quell'obbligare gli uomini a diventare freddi ingranaggi d una macchina, quell'imporre lentezza a muscoli vivi e guizzanti, non s'addicesse al carattere dell'italiano. E nel confronto ultimo, fra Virtus e Roma, più di duemila spettatori hanno approvato la nostra tesi così come numerosi tecnici sono stati costretti a riconoscerla giusta. Forse anche Van Zandt. Perché la Virtus ha dimostrato netta superiorità d'idee, perché ai suoi giocatori è lasciata anche la possibilità di creare all'istante.

Regole fisse in certi casi, ma in certi altri, quando si presentano situazioni impreviste, la libertà di improvvisare. E tutti i suoi giocatori hanno segnato perché tutti hanno saputo sfruttare le occasioni secondo le loro capacità individuali.

Questo è il gioco che deve essere assorbito dal nostro cestismo che ha atleti scattanti, guizzanti, veloci, dai riflessi prontissimi, dall'intelligenza sveglia. Questo è il sistema che noi andiamo sostenendo da diverso tempo e che ha dato al Gira il titolo dei cadetti, alla grande Virtus quello massimo (e per la terza volta).

GIORNATA SUPERLATIVA DELLA VIRTUS CHE TRAVOLGE LA STATICA ROMA: 39-26

Per la terza volta Campioni d'Italia

di Roberto T. Fabbri - Stadio - 03/05/1948

 

Virtus Bologna: Rapini (11), Marinelli (6), Bersani (1), Ferriani (4), Ranuzzi (14), Vannini (3), Bertoncelli, Setti, Camosci, Negroni Cesare.

Ginnastica Roma: Palermi, Traina, Antonelli, D'Elia, Valerio, Ferretti, Tracuzzi (1), Cerioni (14), Marietti (9), Primo (2).

Arbitri: Cenni di Trieste e Testa di Torino. - Cronometrista: Briga di Firenze.

 

Per la terza volta consecutiva la Virtus Bologna ha conquistato il titolo di campione assoluto. Lo scudetto era legato all'incontro con la Roma che veniva a Bologna avvantaggiata in classifica di un punto. Occorreva assolutamente neutralizzare la posizione con una vittoria. Questa è venuta fuori da una partita entusiasmante, quasi incandescente, nel corso della quale vi è stato solo un protagonista: la Virtus.

Alla vigilia la fiducia era molta, ma la certezza poca. Sul campo è stata tutt'altra cosa. Al via i bolognesi partivano fortissimo e poco dopo un "personale" era realizzato da Rapini (ne ha centrati 7 su 13). Subito la Roma rispondeva avvantaggiandosi con un cesto di Cerioni. Ma ciò durava poco e la Virtus con due cesti ed un "personale" poneva già la sua candidatura la successo finale. Infatti furono i successivi tre "personali" ed i due cesti conseguiti dai felsinei a determinare la vera sconfitta degli ospiti.

I quali dal gioco travolgente ed improvvisatore dei padroni di casa furono disorientati nettamente e non fu sufficiente la pausa a riorganizzare le loro file. Reagirono sì ma mancò ai romani la forza per riequilibrare le sorti dell'incontro che giunse al riposo con il vantaggio della Virtus già segnato (21-13).

Ancora nella ripresa fu la Virtus a dare il via ed il tono al gioco e, realizzando ben cinque cesti consecutivi, costrinse i romani a chiedere tregua. La quale, questa volta, parve dare migliori frutti e infatti Tracuzzi e compagni misero a segno ben cinque punti. Fu cosa puramente temporanea ché la Virtus pronta rintuzzò con uguale punteggio il ritorno degli avversari ai quali non rimase altro che cercare di uscire dall'assedio del loro cesto con azioni di contropiede che diedero discreto frutto non sufficiente però per porre in imbarazzo i tricolori.

Il finale fu meraviglioso in entrambi i campi. Disperato il tentativo della Roma di colmare il distacco; travolgente il gioco della Virtus che voleva chiudere in bellezza. Gli onori vanno divisi a metà che entrambe le squadre misero in mostra cose pregevoli anche in linea tecnica, campo questo ove fino a quel momento ben poco si era visto. Cinque punti conseguì la Virtus e tre la Roma e il segno di chiusura dato dagli ottimi arbitri Cenni e Testa laureò giustamente la squadra migliore: quella bolognese.

Un vero ululato accolse la vittoria dei bolognesi e generale fu l'invasione degli spettatori che entusiasticamente avevano accompagnato con il loro entusiasmo la fatica dei beniamini. E i primi a rallegrarsi, segno pregevole di una cavalleresca seppur combattutissima contesa, furono, con i confermati campioni, i bravi avversari.

Si perché la Roma se è stata travolta, ma più che questo sarà meglio dire disorientata, dagli estemporanei e quanto mai improvvisatori cestisti bolognesi, non per questo è stata meno brava. È senz'altro mancata all'attesa che la voleva squadra difficilmente superabile e che avrebbe costretto la Virtus ad una dura fatica. Se ciò non si è verificato ciò è dipeso solo dalla prova di Marinelli e compagni che hanno giocato in modo superlativo meravigliando tutti. Si è detto del motivo dominante che ha influito sulla netta sconfitta della Roma. E giova dire che anche se la squadra di Ferrero avesse giocato meglio difficilmente sarebbe riuscita a superare i campioni. Il gioco statico, quel gioco prettamente americano che i capitolini hanno già amalgamato ed assorbito, non poteva conseguire oggi risultati migliori. La stretta difesa, abbandonata solo nel finale, dei romani non fu l'arma migliore in una partita in cui dovevano giocare il tutto per tutto. Ma nel minor rendimento degli ospiti è bene dire che non poco ha influito la non buona giornata di Tracuzzi, difesa che marca bene ma troppo spesso si è impaniata  nelle trame di attacco bolognese. Altrettanto dicasi di Palermi, però volenteroso, e D'Elia mentre Primo ha girato a sprazzi. Traina, entrato per l'uscita di Palermi, non ha fatto grandi cose ed onesto è stato invece il lavoro di Valerio. Ottimo, unico con idee chiare e sempre pericoloso, è stato il centro Cerioni; con lui pregevole la partita disputata da Marietti.

Passata in rassegna la Roma praticamente si è detto del valore della Virtus che va gratificata della sua più bella partita della stagione. Era l'ultima, la più impegnativa, quella che doveva crismare un valore da molti discusso. Oggi, ne siamo certi, nessuno più ne dubiterà. Questo terzo scudetto consecutivo non è né fortunoso né occasionale. È il segno tangibile che vuole premiare il migliore. Ancora una volta è toccato alla Virtus, squadra discussa ma indubbiamente la più rappresentativa del cestismo italiano.

Meritano tutti, i protagonisti, di essere posti sul piedistallo del vincitore. Dai calmi, e questo è stato il fattore primo del successo, e intramontabili Bersani e Vannini al bravissimo Marinelli; dai tiratori scelti Ranuzzi, il migliore in campo, e Rapini a Ferriani. Tutti vanno accumulati nella citazione. Hanno terminato stanchi ma sorridenti come deve il vero campione. E la Virtus tale è. Il collaudo con la più tecnica squadra italiana lo ha confermato. Hanno assistito all'incontro il Segretario della F.I.P., Muzi, l'allenatore federale Van Zandt e i componenti la Commissione tecnica della Federazione pallacanestro.

 


 

ACCIUFFATO SUL "FILO DI LANA" IL TERZO "TITOLO" DELLA VIRTUS

Lo "scudetto" è rimasto a Bologna. Il campionato ha messo in vetrina un notevole miglioramento qualitativo e ha fornito spunti di grande interesse tecnico

di Roberto T. Fabbri - Stadio - 04/05/1948

 

Il campionato massimo di pallacanestro maschile è finito. Il torneo ha serrato i battenti domenica scorsa con le due partite finali. Fra Virtus Bologna e Ginnastica Roma per il primo e secondo posto; Olimpia Milano e Reyer Venezia per il terzo e quarto. La tenzone è terminata nell'ordine con cui le squadre le abbiamo citate. Hanno vinto le padroni di casa così che i posti a cui aspiravano sono stati conquistati.

Se però l'attenzione era puntata sul campo milanese dell'Olimpia ove la veneziana Reyer avrebbe potuto anche riuscire a raggiungere la terza poltrona, l'interesse maggiore, quasi morboso, era rivolto alla partita bolognese.

Sul campo petroniano si sapeva che al risultato era legata la posta maggiore: lo scudetto. La detentrice, la Virtus, riceveva la visita della più seria e pericolosa pretendente, la Ginnastica Roma la cui ultima prestazione deponeva, unitamente al vantaggio di un punto in classifica, per una favorevole candidatura all'aggiudicazione del titolo. Ma anche la Virtus nella sua ultima partita, a Venezia, aveva giocato alla maniera dei giorni felici e tanto lasciava adito a sperare che sul campo amico, ove il sostegno morale del pubblico non sarebbe mancato, la nuova e grande impresa sarebbe stata realizzata.

Il successo della Virtus

Così è stato e la Roma ha dovuto capitolare, seppure con tutto gli onori dovuti ai vinti cavallereschi e leali ed anche eroici, in modo netto e indiscutibile. La vittoria è scaturita da una partita giocata superlativamente dai bolognesi al cui confronto i bravi avversari sono quasi scomparsi o, per meglio dire, non molto si sono notati. Insomma c'è stato quasi unicamente il gioco della Virtus. Impetuoso, garibaldino, spavaldo, tutto cuore. Una squadra esistita in tutto il suo complesso e che, fedele ad una tradizione che così la vuole nelle prove impegnative, ha sfoderato al momento giusto quei famosi "cinque minuti" oramai celebri non solo sui campi italiani ma anche esteri (ricordiamoci a Nizza).

Niente da fare per la Roma ed i primi a riconoscerlo sono stati gli stessi atleti, i loro tecnici e quelli federali. Anche se la Roma avesse giocato meglio, vale a dire fosse esistita come complesso così come in altre circostanze aveva mostrato di essere, di fronte alla smagliante Virtus di domenica avrebbe potuto solo contenere il passivo della sconfitta in misure minori, ridottissime anche, ma sarebbe sempre uscita sconfitta.

Crediamo che la prova dei bolognesi abbia disorientato lo stesso Van Zandt, l'allenatore federale presente all'incontro, in quanto osservando le due ossature sulle quali egli conta imperniare la squadra azzurra deve logicamente essere rimasto un poco deluso da quella romana. Il gioco di questa è quello importato: americano. Ferrero è riuscito a far assorbire alla sua squadra tale tattica e giova dire che i romani la attuano molto bene. Certo non è riuscita domenica contro la Virtus solo in virtù di quanto ha saputo fare il quintetto felsineo ed aggiungiamo che ci è sembrato che il compassato gioco dei romani, gioco meticoloso, preordinato molto spesso statico, non possa riuscire ad ottenere grandi risultati quando si trova a cozzare con altro che, valendosi di un indiscusso valore tecnico di chi lo attua, impostando i temi sul metro dell'ortodossia cestistica migliore realizza questi con variazioni improvvisate condotte a grande velocità. È stato questo il contrasto della partita bolognese. Due grandi squadre, in linea tecnica equivalentesi ed il cui confronto risolutivo ha segnato il vantaggio a favore della squadra più intelligente: la Virtus.

Netto fin dall'inizio

La Roma giocava a zona-uomo attaccando con "tre fuori" e "due dentro". La Virtus invece a zona con "tre dietro" e "due avanti" e variazioni d'attacco sul pivot centrale e sui pivot laterali. Due schemi che a volte possono equilibrarsi sempre che in uno dei due campi non subentri l'orgasmo. Questo entrando nelle file romane sconvolse i piani della squadra di Ferrero, disorientò e demoralizzò anche gli atleti. Non ci fu più nulla da fare.

Abbiamo detto in sede di resoconto dei protagonisti i quali tutti nella partitissima hanno tenuto fede al loro valore. Giova ripetere che non furono i vinti tecnicamente inferiori; furono solo superati da una splendida giornata dei più decisi avversari che meno sentirono (e per la Virtus è non poco pregio nella specifica circostanza) ed accusarono l'emozione dell'importante confronto.

Ora la Virtus conserva il titolo per il terzo anno consecutivo appaiandosi nella statistica alla Triestina ed alla stessa Ginnastica Roma. Fu discusso a suo tempo il primo successo ed un poco anche il secondo. Non lo potrà il terzo. E Bersani, Marinelli, Vannini e compagni possono essere più che fieri di questa nuova grande loro impresa che mantiene lustro ad una tradizione cestistica bolognese e li premia di non pochi sacrifici.

Il doppio arbitraggio

Passerà agli archivi questo emozionante ed incerto torneo ed a fianco i tecnici non mancheranno di apporvi annotazioni. Si tratterà di note veramente lusinghiere per lo sport cestistico perché occorre dire che il campionato testé finito segna veramente un passo avanti nello sport della pallacanestro con chiari dati della sua ripresa.

Una nota tecnica che merita non sia passata sotto silenzio e che proprio l'ha fornita la partita di Bologna, è il doppio arbitraggio. Lo aveva richiesto la Ginnastica Roma e lo hanno attuato egregiamente il triestino Cenni e il torinese Testa. Per uno sport veloce quale è la pallacanestro è apparso veramente indovinato ed utile. Vi è l'eventualità che si registrino falli sotto cesto che un solo arbitro non sempre, particolarmente nei veloci contropiedi, riesce a vedere. Forse li intuisce ma coscienziosamente non li può rilevare. Ciò spesso danneggia entrambe le squadre; quella che attacca e quella che si difende. A Bologna il doppio arbitraggio ha consentito di evitare fatti del genere e diremo anzi che in alcuni casi ha dato la possibilità di aggiudicare cesti che forse l'arbitraggio unico non avrebbe potuto. Merita che la Federazione pallacanestro veda di risolvere la possibilità di riuscire a concedere la doppia direzione di gara superando la non lieve difficoltà d'onere finanziario. Ne beneficerà lo sport sempre che però i direttori siano capaci. Cioè come quelli da noi visti nell'incontro di Bologna. Naturalmente tanto per le partite dei campionati maggiori ed in quei casi in cui gli incontri in partenza si presentano difficili.

Il confronto cartello ci ha portato un poco lontano. Infatti l'importanza della partita fra Virtus e Roma ci ha fatto quasi dimenticare l'Olimpia e la Reyer e quelle che nel corso del girone eliminatorio furono tagliate fuori dalla lotta per il titolo e le piazze d'onore.

Le piazze d'onore

L'Olimpia di Milano, squadra che ha assorbito gran numero di triestini, partì veloce ma forse ha accusato la distanza. In perfetta carburazione all'inizio si è disunita nel finale ma tuttavia la sua prestazione in campionato è stata di primo piano ed il terzo posto lo conferma al pari dei notevoli risultati conseguiti. Il contrario invece si è verificato per la Reyer Venezia. Lenta all'inizio si è man mano ripresa e quando ha potuto avere nelle sue file il prestigioso Stefanini e ritornare alla palestra della Misericordia si è ritrovata ed è finita in bellezza. Onorevole il suo quarto posto ed il prossimo torneo ci mostrerà certo una Reyer dei tempi d'oro degna della Laguna.

Fra le altre, quelle eliminate, una certa sorpresa ha destato la Triestina, una delle favorite al via, la cui prestazione però è stata inficiata da una serie di disavventure. Il posto in finale infatti lo perse per il classico pelo. Di rilievo furono le prove della Gallaratese, Itala di Gradisca, Varese, Napoli e San Giusto di Trieste. Così pure il comportamento della Sangiorgese che, neo promossa, non sfigurò davvero in tanto consesso. Il Livorno pure ebbe momenti felici ma ciò fu principalmente merito del mulatto americano Strong (a proposito pare accertata oramai la sua venuta in una squadra bolognese) che però avendo a compagni atleti di un divario di classe troppo sensibile non poté con le sue prodezze risolvere il problema di una impostazione di squadra.

Inferiori all'attesa furono invece le squadre di Genova e Torino mentre quella di Bari ha avuto dalla sua solo il pregio di rimanere in lizza malgrado non possedesse i requisiti per recitare un ruolo di modesta comprimaria.

Il campionato maschile maggiore è così terminato. Delle sedici che vi hanno dato vita sei al prossimo saranno assenti. Sono le squadre retrocesse: San Giusto, Bari, Sangiorgese, Livorno, Torino e Genova. A rimpiazzarle saliranno le qualificate della serie B che ha laureato campione l'ottima squadra bolognese del Gira. Il romanzo è giunto alla parola fine dopo una serie di capitoli emotivi come quelli di un libro giallo che lascia tutto sospeso fino all'ultimo. Come in questi il buono (Virtus) ha ricevuto il premio che gli spettava. Ma gli altri, anche coloro che sono costretti ad assentarsi, non sono stati cattivi. Tutt'altro ché anch'essi hanno contribuito a confermare la vitalità, i pregi ed i progressi della pallacanestro italiana.

L'attività però non è finita e non sosta. È in pieno svolgimento il campionato femminile di Serie A (ne rimandiamo il commento a domani) ed entra nel vivo la fase nazionale del campionato di prima divisione maschile. A tiro abbiamo il doppio confronto internazionale con Inghilterra e Svizzera e subito dopo quel Trofeo "Aldo Mairano" che chiamando in lizza il fior fiore del cestismo nazionale darà a questo la possibilità di offrire agli sconfitti di oggi il motivo di una gradita rivincita. Virtus permettendo naturalmente ché in lizza ci sarà anche lei (Nota di Virtuspedia: La Virtus non parteciperà al trofeo Aldo Mairano).

 


 

REGINA DI MAGGIO

Momenti di gloria: Virtus campione per la quinta volta l'1 maggio 1955, mentre il 2 di sette anni prima era arrivato il terzo titolo

di Ezio Liporesi - Corriere dello Sport - Stadio - 01/05/2021

 

1947-48, ultimo campionato non a girone unico: la Virtus è nel girone B a otto squadre, con gare di andata e ritorno. I bianconeri vincono undici partite, perdono solo a Roma, Pavia e Varese e chiudono in testa con 22 punti, davanti alla Ginnastica Roma con 19. Le prime due approdano al girone finale, con Reyer Venezia e Olimpia Milano, provenienti dal girone A. La Virtus inizia bene, vince a Milano e batte la Reyer, nel giorno in cui i romani perdono in Lombardia: le V nere sono la sola squadra a punteggio pieno dopo due giornate, ma cadono nuovamente a Roma, ancora per due soli punti com'era accaduto nella prima fase e sono raggiunti in classifica, ma solo dalla squadra capitolina, perché l'Olimpia cede a Venezia. Nella giornata successiva, pareggio interno delle V nere contro i milanesi. I romani battono la Reyer e sono soli al comando. Vincendo alla palestra della Misericordia, la Virtus si mantiene a ridosso dei romani che sconfiggono i milanesi. La Ginnastica Roma deve salire a Bologna per l'ultima giornata e un solo punto divide le due formazioni: ai bolognesi serve un successo per laurearsi campioni per il terzo anno consecutivo. Si gioca in Sala Borsa il 2 maggio, con la sperimentazione del doppio arbitro, su richiesta degli ospiti: a dirigere la gara Cenni di Trieste e Testa di Torino, cronometrista Briga di Firenze. Presenti il Segretario della F.I.P., Muzi, e l'allenatore federale Van Zandt. Il primo punto è un personale di Rapini, Cerioni ribalta subito il punteggio, ma la Virtus prende un buon vantaggio e conclude il primo tempo avanti 21 a 13. Cinque canestri consecutivi della Virtus, in apertura di ripresa, lanciano le V nere, inutile il tentativo di rimonta dei romani, che escono sconfitti per 39 a 26. Grandi protagonisti Ranuzzi con 14 punti e Rapini con 11. Invasione di campo finale da parte di un pubblico entusiasta per la Virtus campione, che nella gara decisiva ha fornito la prestazione più brillante della stagione. Le cronache dell'epoca parlano di "una squadra esistita in tutto il suo complesso e che, fedele a una tradizione che così la vuole nelle prove impegnative, ha sfoderato al momento giusto quei famosi "cinque minuti" ormai celebri non solo sui campi italiani ma anche esteri. Bersani, Marinelli, Vannini e compagni possono essere più che fieri di questa nuova grande loro impresa che mantiene lustro a una tradizione cestistica bolognese".

1954-55, penultima giornata. La Virtus è al comando della classifica con un punto di vantaggio sulla Ginnastica Triestina, più indietro i concittadini del Gira e l'Olimpia Borletti, che hanno combattuto a lungo nelle prime posizioni, ma sono ormai tagliate fuori dalla lotta per il titolo. In mattinata le V nere cadono a Pesaro, su un campo all'aperto, bagnato, con il sole negli occhi, ma nel pomeriggio il Gira fa un grande favore alla Virtus battendo i triestini. Si arriva così all'ultima giornata: in Sala Borsa le V nere devono affrontare l'Olimpia, reduce da cinque titoli consecutivi, ma ormai destinata a cedere il passo. La Virtus Minganti è pronta a ritornare campione dopo i quattro titoli vinti dal 1946 al 1949, ma deve sconfiggere l'orgoglio dei milanesi. In panchina Tracuzzi, un genio del basket, capace di escogitare tattiche pregevoli. Con lui alla guida, nel doppio ruolo di allenatore e giocatore, raggiungono il massimo livello Canna e Gambini, ma soprattutto esplode il lungo Calebotta. La zona bianconera trova un prezioso punto di riferimento nel suo gigante, che in attacco si sblocca, sino a risultare il quarto marcatore del campionato con 424 punti (il primo è Tonino Zorzi). Dopo Calebotta, i migliori realizzatori in bianconero sono Canna (247), Gambini (209), Rizzi (136) e Zia (111). Solo 39 ne realizza Tracuzzi, che è però il regista dell'impresa. L'allenatore bianconero guida una Virtus rinnovata: non ci sono più i vecchi campioni, Bersani, Ferriani, Ranuzzi e i fratelli Zucchi; del gruppo storico restano solo Carlo Negroni, il capitano, e Rapini, che gioca solo il girone d'andata. L'acquisto di maggior risalto, Alesini da Varese, provoca un caso fra le due società e il giocatore deve restare fermo per un anno. In sostanza, i due soli volti nuovi risultano Zia, proveniente dall'Italia Gradisca e Rizzi, dalla concittadina Oare. Non proprio le migliori prospettive per puntare allo scudetto. Invece in quel primo maggio il titolo è lì a portata di mano. Le V nere, spinte da un pubblico caldissimo, dominano, 72-57 il risultato finale, con 22 punti di Calebotta e 16 di Gambini. Così Tracuzzi descrisse quell'annata: "Facevamo tre o quattro allenamenti alla settimana per otto ore complessive, con pochi palloni. Tecnicamente il nostro basket era apprezzabile: c'era una buona predisposizione al rimbalzo (in allenamento i palloni non bastavano per tutti e bisognava cercarseli ad ogni costo), poi facevamo una 1-3-1 molto lunga. In attacco c'erano giochi a due, a tre, sfruttavamo molto la statura di Calebotta".